Jan DIBBETS
Sinagoga Ostia Antica, 2007
ferro, corda elastica
misura ambiente

Jan Dibbets sceglie lo spazio dove si sono avvicendati: Giulio Paolini nel 2002 con i sessanta frammenti di un testo scritto a memoria e, due anni dopo, Edward Wincklhofer, con l'inquietante pedana a misura d'ambiente interrotta da una sega circolare in movimento continuo e vorticoso. «Nella antica Sinagoga di Ostia, la fantasia risveglia le tracce del passato e le fa rivivere. Le rovine si trasformano in un edificio. I muri involucrano nuovamente lo spazio. Siamo ancora qui o eravamo già lì? La fata morgana si erge sulle fondazioni dei suoi stessi resti. Erriamo nella realtà e procedendo dritti attraversiamo i muri. Apri con grande attenzione le porte (che non esistono) e camminando in punta di piedi e in silenzio entra nello spazio infinito a perdita d'occhio. E osserva come, nonostante nulla sia rimasto, tutto sia ancora lì», commenta Dibbets a proposito di Sinagoga Ostia Antica . L'edificio, i muri, lo spazio cui allude non sono evidentemente né quelli originari né la loro ricostruzione, ma l'idea di edificio, di muro e di spazio che, appena percepibile, consente l'azzeramento di distanze siderali e il dialogo tra passato millenario e presente. Assunte le quattro colonne superstiti come unità di misura, Dibbets disegna alla loro altezza un perimetro aereo di foggia rettangolare ancorando fili elastici bianchi a quattro pilastri di ferro situati esattamente ai quattro estremi del campo. Altri due fili incrociati a X fungono invece da parete virtuale. Nel confronto tra la realtà dell'edificio in rovina e la sua presunta realtà mentale, Sinagoga Ostia Antica si configura come versione inedita di quelle «Perspective Corrections» cui l'artista olandese attende dal 1967